Da quando è esploso durante la pandemia, OnlyFans è diventato un appuntamento fisso per i titoli dei giornali e i salotti televisivi. Tuttavia, nonostante anni di copertura mediatica, la narrazione dei media tradizionali (giornali, TV, grandi testate online) rimane spesso superficiale, intrappolata in cliché che ignorano la reale natura della piattaforma.
Invece di analizzare OnlyFans come un fenomeno economico e lavorativo complesso, il giornalismo mainstream tende a ridurlo a uno scandalo o a una favola di ricchezza istantanea. Ecco i punti chiave che sfuggono ancora alla narrazione tradizionale.
1. Il mito dei guadagni facili e la statistica invisibile
La narrazione mediatica standard si concentra quasi esclusivamente sugli estremi. Leggiamo storie di celebrità che guadagnano milioni in poche ore o di persone comuni che hanno lasciato un lavoro d’ufficio per comprare una villa.
Quello che i media raramente spiegano è che l’economia di OnlyFans è basata su una disuguaglianza strutturale estrema, seguendo una classica “legge di potenza”.
- L’1% dei creatori genera la stragrande maggioranza dei profitti.
- Il guadagno mediano di un creator sulla piattaforma si aggira tra i 150 e i 200 dollari al mese.
Presentare OnlyFans come un bancomat infallibile non solo è giornalisticamente inaccurato, ma crea false aspettative e ignora la realtà di centinaia di migliaia di persone che usano la piattaforma per arrotondare stipendi precari, non per guidare auto di lusso.
2. È un lavoro di marketing logorante, non solo “vendita di foto”
I media tradizionali spesso dipingono la creazione di contenuti su OnlyFans come un atto passivo: si scatta una foto, la si pubblica e i soldi arrivano. Questa visione sminuisce l’enorme mole di lavoro invisibile che richiede la piattaforma.
OnlyFans non ha un algoritmo interno di scoperta (non esiste una pagina “Per Te” o dei suggerimenti automatici). Questo significa che i creator devono agire come vere e proprie agenzie di marketing di se stessi:
- Gestire funnel di conversione da X (Twitter), Reddit, TikTok e Instagram verso il proprio profilo a pagamento.
- Pianificare calendari editoriali rigorosi.
- Passare ore ogni giorno nel “customer care” (rispondere ai messaggi privati, costruire relazioni parasociali con gli abbonati, negoziare contenuti personalizzati).
È un lavoro logorante, assimilabile a quello di un social media manager, di un commerciale e di un creatore di contenuti fusi insieme, spesso con il rischio di un rapido burnout.
3. La finta dicotomia tra “Vittima Pura” e “Girlboss”
Nei talk show, chi lavora su OnlyFans viene solitamente inserito a forza in due categorie contrapposte: la vittima inconsapevole di un sistema degradante o la “girlboss” iper-capitalista che ha hackerato il patriarcato.
La realtà è molto più grigia. OnlyFans è, nella sua essenza, un’estensione della gig economy (l’economia dei lavoretti), applicata all’intimità e al lavoro sessuale digitale. Molte creator non si sentono né vittime né eroine dell’emancipazione: sono lavoratrici freelance che affrontano le stesse dinamiche di chi lavora per Uber o Deliveroo, cercando di massimizzare i profitti in un ambiente lavorativo privo di tutele, ferie pagate o assicurazioni sanitarie.
4. La cecità verso il vero potere: il “Platform Capitalism”
Forse il più grande fallimento dei media tradizionali è concentrare tutta l’attenzione sulla moralità di chi usa la piattaforma, ignorando chi la possiede.
OnlyFans trattiene il 20% di tutte le transazioni. Detiene il controllo assoluto sui dati, sui pagamenti e sulle regole. I media si indignano per le scelte delle singole lavoratrici, ma raramente indagano su come la piattaforma e i processori di pagamento (Mastercard, Visa) abbiano il potere di cancellare l’esistenza digitale e i mezzi di sostentamento di un creator dall’oggi al domani cambiando unilateralmente i Termini di Servizio (come accadde durante il tentato ban dei contenuti espliciti nel 2021).
Oltre la lente dello scandalo
Ostinarsi a raccontare OnlyFans rincorrendo il sensazionalismo economico significa mancare completamente il punto. Non stiamo guardando un “glitch” del sistema, ma lo specchio esatto dell’attuale mondo del lavoro iper-connesso: spietato, privo di reti di salvataggio e guidato dai clic. Solo abbandonando questo sguardo superficiale i media potranno finalmente fare i conti con la reale complessità del lavoro digitale di oggi.
Contattaci
Hai domande, segnalazioni o vuoi condividere la tua opinione? Compila il form e ti risponderemo al più presto.


Lascia un commento